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“Capovolgere” la facoltà di medicina? L’eredità di Giulio A. Maccacaro

Di Angelo Stefanini
L’insegnamento medico rimane in gran parte concentrato sulla biologia del corpo e legato a un approccio deduttivo basato su postulati di normalità anatomica e fisiologia di un uomo astratto e immutevole che nella realtà non esiste. Un modello di questo tipo fa sì che i determinanti sociali e strutturali delle malattie possano tacitamente essere ignorati. In questo modo lo sguardo dello studente non si spingerà lungo la catena eziologica che dal malato arriva, a monte, fino alle “cause delle cause” della sua condizione all’interno del sistema sociale, svelandone le responsabilità, ma si fermerà ben prima di doverlo mettere in discussione.
La formazione dei medici e dei professionisti della salute, così come avviene oggi in molte università italiane, continua a sfornare personale inadeguato a rispondere ai bisogni della popolazione, rimpinguando le fila di un esercito di professionisti sempre più indifesi di fronte alle lusinghe della medicina commerciale e al profondo conflitto di interessi di cui è pervasa. Un riflesso preoccupante di questa tendenza è l’esaurimento del ruolo sociale e politico, di “avvocato dei poveri” (diceva Rudolf Virchow) della professione medica.
Ultimo aggiornamento ( Domenica 09 Novembre 2014 00:40 )
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